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Scacco alla crisi in tre mosse 

06/03/2014

 SCACCO ALLA CRISI IN TRE MOSSE?

 

Leggiamo dal Sole 24 ore di Domenica 2 marzo la predetta affermazione che si conclude con l’ indicazione sintetica delle tre mosse: Bad Bank, fusioni e fondi garanzia.

 

Sono tutti e tre suggerimenti che da mesi stiamo promuovendo nelle nostre Newsletter e negli incontri con gli addetti ai lavori, manager di banche, associazioni di categoria etc.

 

Le imprese si lamentano verso le banche, le banche verso Bankitalia per i suoi metodi di vigilanza, Bankitalia si appella alla Bce, e così via.

In questa dialettica sembra si dimentichi la portata della grande crisi che in taluni Paesi (ma non in Italia) è nata dalle banche, mentre in altri Paesi (tra cui l’Italia) le stesse banche vi sono state coinvolte per il deterioramento dei crediti concessi e per la crisi dei titoli di Stato.

Le nostre banche hanno avuto meno bisogno di fondi pubblici per ricapitalizzazioni a seguito della crisi finanziaria, rispetto agli altri paesi dell’Eurozona. In Italia sono stati solo 0,2% del Pil contro 1,8% in Germania, il 4,3% in Belgio, il 5,1% nei Paesi Bassi, il 5,5% in Spagna e perfino il Regno Unito è arrivato al 4,1%.

Le nostre banche invece sono affaticate per le conseguenze della crisi dell’economia reale. Abbiamo nel frattempo scoperto che molte banche italiane sono troppo piccole per sopportare gli oneri derivanti dai nuovi adempimenti previsti da Basilea 3 e per raggiungere i requisiti di capitale previsti dalla normativa europea. Ne soffrono di conseguenza i clienti ed in particolare le Pmi, sia per il razionamento del credito, che non si attenuerà presto, sia per la maggiore selettività nell’erogazione dello stesso per contenere le insolvenze, sia per l’acquisto di titoli del nostro debito pubblico (voluto per lucrare o necessitato per sostituire i disinvestimenti esteri, solo da poco rientrati). Nel frattempo la crisi economica, entrata nella fase di non crescita-deflazione, fa scarseggiare la domanda sana di credito per investimenti, ed affatica ancor più le banche a quadrare i loro conti.

I tre correttivi proposti coinvolgono le banche ma anche le imprese.

Il ricorso a strutture ad hoc per la gestione dei crediti deteriorati (bad bank), cioè banca apposita a gestire le insolvenze, o a fondi specializzati, può liberare nelle banche risorse patrimoniali ed umane da destinare all’economia reale.

Il secondo correttivo è l’invito ad una crescita dimensionale delle banche piccole e medie attraverso aggregazioni che possano favorire maggiore efficienza, ridurre i costi degli adempimenti richiesti adesso dalla vigilanza europea, sia per dare una migliore assistenza alla gestione finanziaria delle imprese, che sempre più sentono la necessità di avere un partner bancario alle spalle che sappia analizzare e capire le loro specifiche esigenze di credito e di assistenza. In tale contesto sarebbero meno faticosi e meglio fattibili gli aumenti di capitali, facilitati se richiesti da banche ripulite che crescendo si rafforzano e si innovano.

Terzo correttivo è l’aumento dei fondi di garanzia, in attesa che il sistema bancario-finanziario si attrezzi a sostenere le imprese e che quest’ultime possano diversificare il ricorso al credito ricorrendo ai finanziamenti diretti sul mercato azionario-obbligazionario .

E’ superata l’idea che le banche piccole servano meglio l’economia reale e territoriale, perché la crisi sta modificando le funzioni delle imprese stesse che, in un mercato globale, devono a loro volta crescere puntando all’export, all’innovazione, all’informatizzazione e quindi trovare maggiori dimensioni in grado di sostenere costi e compiti insopportabili per le Pmi tradizionali.

Il destino comune per le banche e per le imprese italiane è l’ampliamento degli orizzonti e la crescita dimensionale.